Cyborg deriva dal greco kybernàn e significa pilotare. Lo scienziato americano Nobert wiener, nel 1947, ha cognato l’espressione cybernetics , che sta a indicare la scienza delle macchine capaci di autoregolarsi. La cibernetica studia l’interazione tra l’essere umano e le macchine attraverso dei feedback.Cyborg è miscuglio di carne e tecnologia che caratterizza il corpo modificato da innesti di hardware, protesi e altri impianti. Donna Haraway filosofa e specialista negli studi di biologia e biotecnologie considera il concetto cyborg come figurazione non tassonomica della realtà.
Alla fine del Ventesimo secolo, in questo nostro tempo mitico, siamo tuttichimere, ibridi teorizzati e fabbricati di macchina e organismo: in breve siamo tuttidei cyborg . Il cyborg è la nostra ontologia, ci dà la nostra politica.(..) Il cyborg è una creatura di un mondo post-genere: non ha niente da spartire con la bisessualità. (Lynn Randolph,Cyborg 1989)
Questione centrale del lavoro della Haraway, è la responsabilità. la Haraway, rende sensibili nei confronti delle tecno culture e al tempo stesso spinge a prendere coscienza e responsabilità nei confronti delle questioni ontologiche e politiche che riguardano la tecnologia e il rapporto con essa. Per Haraway la responsabilità non è eludibile:
Questo saggio vuole essere un argomento a sostegno del piacere di confondere i confini e della nostra responsabilità nella loro costruzione.
Il manifesto della Haraway è ontologico, ma anche politico e profondamente impegnato. Cosa propone?. Haraway suggerisce un emancipazione delle donne di oggi,proprio attraverso il cyborg, sfida le femministe ad essere all’altezza di questa responsabilità, di questa alta posta in gioco, dovuta ai cambiamenti culturali, politici e sociali. Haraway è dalla parte delle donne, quelle del terzo mondo, quelle che subiscono lo sfruttamento da parte degli uomini bianchi delle società industriali, azionisti delle multinazionali scientifiche Quelle donne che con le loro mani costruiscono micro-cip nei capannoni del sud-est asiatico. Infatti, la studiosa femminista scrive:
Le giovani coreane arruolate dalla industrie del sesso e dell’assemblaggio elettronico vengono reclutate nella scuola superiore, educate al circuito integrato. La capacità di leggere e scrivere, specie in inglese, caratterizza la mano d’opera femminile “a basso costo” che tanto attrae le multinazionali Questi cyborg della vita reale – scrive ancora – stanno riscrivendo attivamente i testi dei loro corpi e della società. In questo gioco di lettura, la posta è la sopravvivenza.
Haraway propone di trasformare l’ibridazione con le macchine, da situazione di sfruttamento a una situazione di emancipazione. Attraverso questa ibridazione, questo confondersi del corpo con la macchina sono possibili alleanze e affinità tra donne e altri soggetti, come i movimenti anti razzisti, ecologisti, hacker e cybernauti. La studiosa non demonizza le macchine , come al contrario hanno fatto molte femministe. Il passaggio da Dea a cyborg rappresenta invece, lo svincolarsi della donna a certe dicotomie, distruggerle, per una nuova ontologia, riscritta a partire dalle donne stesse. Mentre per le femministe della differenza la maternità è parte della nostra identità , un potere che denota la femminilità a cui non bisogna assolutamente rinunciare, proprio perché si rinuncia, alla nostra natura, Il Cyborg è contro la funzione materna e paterna perché non avendo un origine non saprebbe che farsene: Il cyborg non si aspetta che il padre lo salvi ripristinando il giardino, cioè fabbricandogli un compagno eterosessuale (…). Il cyborg non sogna una comunità costruita sul modello della famiglia organica, per quanto senza progetto edipico(…). Certo il problema sta nel fatto che i cyborg sono figli illegittimi del militarismo e del capitalismo patriarcale, per non parlare del socialismo di stato. Ma i figli illegittimi sono spesso estremamente infedeli alle loro origini: i padri, infondo, non sono essenziali.
il cyborg della Haraway è simbolo dell’anti-materno e prospetta chiaramente modalità riproduttive diverse da quelle “tradizionali”, ma per Haraway non è considerata una perdita; piuttosto una liberazione. Fino ad ora (sembra un secolo) avere un corpo femminile sembrava scontato, organico, necessario, e consisteva nella capacità di fare da madre e nelle sue estensioni metaforiche. Solo stando fuori posto abbiamo potuto godere dell’intenso piacere delle macchine e quindi appropriarcene, col pretesto che in fondo si trattava di un’attività organica. Il mito del cyborg considera più seriamente l’aspetto parziale, a volte fluido, del sesso e dell’abitare sessualmente il corpo. La donne, nel cyborg manifesto , si svincolano dalla maternità tradizionale, che ha strutturato per secoli la loro stessa identità, decostruendo il binomio donna/madre. Haraway Scrive inoltre:
“Gli organismi e la politica organismica,olistica, dipendono dalle metafore di rinascita e invariabilmente attingono alle risorse del sessoriproduttivo. Vorrei suggerire che i cyborg non hanno più a che fare con la rigenerazione e guardano con sospetto alla matrice riproduttiva e alla nascita in genere. Per le salamandre, dopo una ferita, come per esempio la mutilazione di un arto, c’è una rigenerazione che comporta la ricrescita di una struttura e il recupero di una funzione, con la possibilità costante di una gemellazione o di altre strane produzioni topografiche al posto della mutilazione. L’arto ricresciuto può essere mostruoso, doppio, potente. Siamo tutti feriti, in profondità. Abbiamo bisogno di rigenerazione, non di rinascita, e le possibilità della nostra ricostituzione includono il sogno utopico della speranza in un mondo mostruoso senza il genere Nel mito del cyborg esiste un emancipazione più profondo dall’uomo (occidentale bianco): Quello nei confronti della sua logica e della sua pratica, che sono, secondo la Haraway, la logica e la pratica del dualismo. In un altro famoso passaggio di Manifesto cyborg: Haraway scrive:
Nella tradizione occidentale sono esistiti persistenti dualismi e sono stati tutti funzionalialle logiche e alle pratiche del dominio sulle donne, la gente di colore, la natura, ilavoratori, gli animali: del dominio cioè di chiunque fosse costruito come altro, colcompito di rispecchiare il sé. Primeggiano tra questi problematici dualismi quellidi sé/altro, mente/corpo, cultura/natura, maschio/femmina, civilizzato/primitivo,realtà/apparenza, intero/parte, agente/espediente, artefice/prodotto, attivo/passivo,giusto/sbagliato, verità/illusione, totale/parziale, Dio/uomo. Il Sé è l’Uno che nonè dominato, e le servitù dell’altro glielo confermano, l’altro è colui che possiede ilfuturo, e l’esperienza della dominazione glielo conferma, smentendo l’autonomiadel sé. Essere l’Uno significa essere autonomo, essere potente, essere Dio, masignifica anche essere un’illusione e quindi essere intrecciato all’altro in unadialettica apocalittica. Ma essere l’altro significa essere multiplo, senza confiniprecisi, logorato, inconsistente. Uno è troppo poco, ma due sono troppi. all’interno di una logica dualistica maschile, l’autonomia è perennemente minacciataperché l’Uno, il dominatore, ha sempre bisogno dell’altro, del dominato.
Donna Haraway invita quindi le donne e in particolar modo le femministe a liberarsi dei dualismi costruiti dal uomo per soggiogarla.
